Potere ai pensionati
Lettera da un amico

Care colleghe, cari colleghi,

questo non è il solito fondino che periodicamente pubblico sul nostro sito per commentare i fatti salienti della nostra vita associata e del nostro sindacato. Non è una rubrica, non ha un titolo. E’ una lettera che vuole essere fraterna e solidale, che cerca di esprimere la vicinanza e l’amicizia che ci lega in un momento così particolare della nostra vita, nel quale l’imprevisto che ci è caduto addosso ci isola e ci costringe a limitare i nostri rapporti umani solo a qualche timida telefonata, sperando che non ci porti brutte notizie. A molti di noi è capitato nel nostro percorso professionale di essere testimoni di tragedie piccole ma a volte grandi, collettive. Abbiamo cominciato, forse, con l’incidente stradale, con un fatto di “nera” da cercar di capire e da raccontare, magari alla ricerca di una nota di colore; perché una rapina in banca è sempre una rapina in banca e per renderla appetibile bisogna scovare quel particolare che la fa diversa dalle altre. Qualcuno di noi (è capitato anche a me) si è poi trovato a tu per tu con situazioni ben più drammatiche: guerre, calamità naturali, naufragi, terremoti, esodi di massa, migrazioni, carestie. Era il nostro mestiere: della nostra professionalità faceva parte il saper raccontare quei fatti con empatia spontanea, ma anche con quel “distacco” che ci consentiva di descriverli accuratamente spiegandone se possibile le cause e le conseguenze, cosa non sempre facile, inseguiti com’eravamo dagli eventi. Osservatori non disinteressati, certamente, perché anche il cronista ha un cuore, ma in qualche modo anche freddi. Cronisti, appunto, non protagonisti. Ora è diverso: siamo tutte e tutti, con i nostri familiari, con i nostri figli e nipoti, insieme pubblico e attori di una tragedia che si dispiega accanto a noi, della quale conosciamo poco le cause e assolutamente non l’epilogo. Sappiamo solo che il regista occulto che la manovra colpisce alla cieca, implacabilmente, a volte proprio qui, dove io, voi, noi ci troviamo. Immagino che per molti di noi che vivono nelle zone più a rischio la consapevolezza di quel che accade o potrebbe accadere sia psicologicamente lancinante, e vorrei far giungere a tutti la mia solidarietà. Sappiamo anche che l’unico modo che abbiamo per difenderci come singoli e come gruppo è rinunciare alla socialità, perché mai come in questi giorni il massimo della condivisione deve coincidere con il minimo della comunicazione, con la solitudine. E’ il paradosso che ci tocca di vivere, e che in poche settimane ci ha cambiato. Penso che questa esperienza ci segnerà profondamente (io la vivo così); e mi auguro, auguro a tutti noi, di ritrovarci, alla fine del percorso con la consapevolezza di aver riscoperto qualcosa di essenziale, che era ed è dentro di noi e che la frenesia del tempo che implacabilmente ci scorre accanto ci ha per anni impedito di scoprire.

Con l’augurio di rivederci presto, tutte e tutti, in un momento migliore, e con tanto affetto,

Guido Bossa

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